Procure indagano su vie ferrate sarde

Le vie ferrate della Sardegna rischiano di finire tutte sotto la lente d'ingrandimento della magistratura. All'inchiesta della Procura di Sassari e della Guardia di finanza sulle vie ferrate del Giorrè, nel comune di Cargeghe, e del Cabiròl, sul promontorio di Capo Caccia, ad Alghero - già chiusa dalla scorsa settimana - si starebbero per aggiungere altri approfondimenti. La Commissione abusivismo del Conagai, il Collegio nazionale delle guide alpine italiane, è stata contattata per una perizia su un altro sentiero - di cui però non è stato possibile sapere di più - nel territorio di competenza della Procura di Lanusei, in Ogliastra. Secondo le guide, il proliferare di vie ferrate nell'isola potrebbe essere al tempo stesso la causa e l'effetto di un diffuso abusivismo, che se da un lato ha portato alla costruzione di un numero straordinario di questi impegnativi itinerari alpinistici, dall'altro ha fatto sì che questi non siano realizzati secondo l'iter autorizzativo e secondo le norme di sicurezza. "In Sardegna ci sono circa 25 vie ferrate, sono tante quante quelle di tutte le Dolomiti, è davvero un numero esorbitante", è la considerazione di Stefano Michelazzi, guida alpina, consigliere del Conagai e responsabile della Commissione abusivismo. È stata proprio la relazione stilata dalla commissione in base alla perizia dei propri incaricati sul Cabiròl e sul Giorré a dare avvio alle indagini della Gdf di Sassari, da cui è scaturito l'interessamento della Procura. In particolare il Conagai segnala che "le ferrate del Cabiròl e del Giorré sono realizzate senza rispettare le norme, senza garanzie di resistenza dei materiali, con ancoraggi corrosi e infissi in modo inappropriato, senza garantire la sicurezza, in una struttura rocciosa con evidenti segni di fratturazioni e instabilità in un'area che per il Piano di assetto idrogeologico della Regione è a rischio frana molto elevato". "Le guide alpine non hanno alcun interesse a fa chiudere una ferrata - spiega Michelazzi - né ambiscono a decidere chi le deve gestire, semplicemente vogliamo che le cose siano fatte in un certo modo, è il nostro dovere ma ce lo impone anche la nostra coscienza".(ANSA).

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